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Il dialetto nella didattica dell’italiano L2: riflessioni, esempi e proposte pratiche

Il dialetto nella didattica dell’italiano L2: riflessioni, esempi e proposte pratiche

Quando si affrontano temi legati alla didattica dell’italiano lingua seconda, spesso si riscontra l’assenza di un grande escluso: il dialetto (e, parallelamente, le varietà linguistiche).

Pur essendo infatti evidente che chi utilizza un dialetto o una varietà linguistica per comunicare, sia in maniera esclusiva che alternandolo all’italiano standard, sia la maggioranza della popolazione (si veda il grafico qui sotto), questo aspetto è ad oggi ritenuto marginale nella didattica dell’italiano L2, al punto che molti linguisti temono l’estinzione nell’arco di una-due generazioni di questa fetta importante di patrimonio linguistico del nostro Paese.





(fonte: Istat, dati relativi al 2015)

Necessario puntualizzare che quello che qui si indica con il generico termine dialetto include sia i dialetti veri e propri (cioè le varietà regionali dell’italiano), che le moltissime lingue locali parlate lungo la nostra penisola.

È evidente, come sottolinea il Prof. Balboni, che “L’italiano è lingua del fare in Italia, e per molti italiani è anche lingua dell’essere, ma ce ne sono altrettanti per i quali il dialetto è la vera lingua dell’essere, […] un mezzo di espressione di pensiero e sentimento”.[1]

Eppure, per ragioni storiche e culturali, l’uso del dialetto è andato via via perdendosi nel nostro Paese, e ad oggi resta parlato in larga misura soprattutto dalla popolazione più anziana. Sempre il Prof. Balboni riconosce due cause principali di questo fenomeno: “i dialetti hanno avuto problemi perché le famiglie e la scuola li hanno definiti poveri, brutti, vecchi, come se si potesse dire che sono poveri, brutti e vecchi Ruzante e Goldoni, Dario Fo e Belli, Pasolini e Marin… E in secondo luogo, non dimentichiamo i milioni di italiani che sono andati da una regione all’altra, annacquando il loro dialetto e poi perdendolo”.[2]

Che tipo di ripercussioni hanno queste riflessioni sulla classe di italiano?

Anzitutto, è interessante notare che in molti casi per gli apprendenti stranieri l’italiano L2 è rappresentato da un codice misto italiano/dialetto. Questo dà vita a casi frequenti di code-switching e code-mixing.

Penso a quante volte nella mia città, Bergamo, venga pronunciata la parola pòta, che è utilizzata come intercalare in molteplici situazioni, e spesso introduce discorsi complessi oppure è elevata lei stessa a discorso complesso, contenendo in quattro lettere il risultato di ragionamenti articolati. Se nella frase “pòta non l’avevo visto” potremmo tradurre questa parola con “cosa ci posso fare?”, o, in alternativa, con “mi dispiace”, nell’esclamazione “potà certo!” assume più il senso di “non posso credere che tu me lo stia chiedendo davvero, è talmente ovvio!”


Pòta
, non l’avevo visto!

 

Spostandoci un po’ più a est, nella città di Brescia le persone quando dicono “vado a baita” non stanno partendo per qualche gita in montagna, ma semplicemente si stanno dirigendo verso casa.

 

Ragazzi io vado a baita

 

 Dalla parte opposta della Lombardia, lungo le sponde del lago di Como, chiacchierando del tempo si può sentir spesso dire “qui adesso straluscia”, cioè ci sono i fulmini, sta arrivando (o è in corso) un temporale.

 

Qui adesso straluscia

 

C’è anche un altro dato interessante da osservare: il modo in cui il dialetto viene usato in classe, quando è utilizzato. Secondo un’indagine di Valeria Gullotti,[3] in aula accade quanto riassunto nel grafico riportato sotto.




L’utilizzo del dialetto per scherzare o sdrammatizzare è lo specchio didattico della riflessione di poco fa di come il dialetto sia stato sminuito nella sua importanza. C’è comunque una buona fetta di docenti che svolge riflessioni lessicali, mentre pochi scelgono di dedicare spazio alle riflessioni grammaticali.

Bene, fin qui il quadro teorico. Ma come portare tutto questo nella classe di italiano L2? Come proporre una riflessione seria sul dialetto che possa inserirsi armonicamente nel percorso e nel sillabo senza rischiare che passi per un momento di divertimento fine a se stesso?

Ricordo di aver ascoltato un intervento molto prezioso in tal senso: 2006, Università Ca’ Foscari. Durante una lezione cantata, ci viene presentata una carrellata di canzoni dialettali percorrendo la penisola da nord a sud. Si parte dalla milanese “La bella la va al fosso” e si arriva alla siciliana “Vitti na crozza”, passando dall’abruzzese “Zi Nicola” e dalla campana “’O surdato ‘nnamurato”.

Il fulcro di quella lezione non era tanto quanto fossero belle le canzoni, ma quanto portassero in sé cultura. Le canzoni sono tanto diverse tra loro perché ognuna ha una storia da raccontare, e lo fa utilizzando strutture e lessico tipiche di una data zona d’Italia.

Quindi, un buon modo di introdurre il dialetto può essere proprio questo: cantarlo.

Scegliere una canzone significativa dell’area dove risiedono gli studenti e didattizzarla, ricordandosi di prendere in considerazione i vari aspetti presentati (culturale, lessicale, grammaticale, sintattico) per offrire un pezzo in più di comprensione del luogo dove vivono, e quindi maggiori opportunità di interazione, ai nostri studenti. È un lavoro che si può fare dalla scuola materna ai gruppi di migranti adulti, avendo cura di selezionare materiale adatto e proposte adeguate. In più, la musica ha un bellissimo effetto: produce coesione sociale, in altri termini unisce le persone.

A questo lavoro, che può occupare un minimo di una o due lezioni, si può affiancare un momento costante durante gli incontri in aula, soprattutto se i nostri studenti vivono in territori dove il dialetto è ancora molto utilizzato, o interagiscono con persone che lo utilizzano come forma di comunicazione prevalente (si pensi alle badanti e a chi, in generale, lavora in ambito sanitario/assistenziale e quindi parla prevalentemente con persone anziane): una parola o una frase al giorno, scelta tra le più frequenti, da analizzare e scoprire insieme, per creare via via un glossario parallelo a quello italiano, che diventi in questo caso anche strumento utile nell’esercizio della propria professione.

Vi è capitato di proporre in aula percorsi sul dialetto della vostra zona? Che tipo di percorsi erano? Per che utenti? Se volete, raccontate la vostra esperienza all’indirizzo email vitadaula@loescher.it

Nadia Fiamenghi

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