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Italiano per Stranieri

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Imparare a leggere: la parola alla scienza, lo sguardo alla società, e una proposta operativa

Imparare a leggere: la parola alla scienza, lo sguardo alla società, e una proposta operativa

L’esistenza del testo è un’esistenza silenziosa, silenziosa fino al momento in cui un lettore lo legge. (Alberto Manguel)


Probabilmente ogni docente di lingua riconosce l’importanza dello sviluppo dell’abilità di lettura durante il percorso formativo. Che si lavori in contesti accademici dove è necessario leggere testi scientifici complessi oppure con migranti debolmente alfabetizzati, comprendere un testo scritto è un aspetto chiave non solo per completare con successo la formazione, ma anche per aumentare il proprio senso di appartenenza a una certa società. Pensiamo infatti al senso di straniamento di uno studente universitario che non capisce quali documenti deve presentare in segreteria, oppure a quello del migrante che fatica a leggere e capire il contratto di affitto di casa.

La parola alla scienza
Il processo di lettura si muove dunque su due fronti.

Il primo, di natura neurologica, comprende tutto ciò che accade nel nostro cervello quando leggiamo. Nel suo volume Reading in the brain, il neuroscienziato Stanislav Dehaene cerca una risposta a una domanda tutt’altro che scontata: “Perché il nostro cervello primate legge? Perché ha un’inclinazione per la lettura sebbene questa attività culturale sia stata inventata [solo] poche migliaia di anni fa?”.[1] La capacità di leggere si è infatti sviluppata in tempi relativamente recenti nella storia dell’uomo, tempi così recenti da non essere all’apparenza neppure sufficienti perché questo accadesse: “Il tempo è stato semplicemente troppo breve per progettare circuiti di lettura specializzati”.[2]

Ciò nonostante, la lettura, a livello neurologico, avviene allo stesso modo in tutto il mondo, perché “in tutto il mondo le stesse regioni del cervello si attivano per decodificare una parola scritta”. [3]L’acquisizione culturale avviene grazie all’elasticità del nostro cervello, ovvero “il nostro cervello si adatta a una data cultura spostando minimamente la sua predisposizione verso un uso diverso”.[4]

Imparare l’abilità di lettura significa quindi “[riciclare] una parte dei circuiti del nostro cervello primate – fino al punto, naturalmente, in cui quei circuiti possono tollerare il cambiamento.”[5]

Tutte queste considerazioni non possono prescindere dal secondo aspetto coinvolto nella lettura: l’impatto della lettura sulla vita sociale dell’individuo, e l’impatto della cultura sul testo scritto.

Come si diceva in apertura, la capacità di leggere permette una maggiore integrazione dell’individuo nel tessuto sociale, perché comprendere le informazioni contenute in un testo scritto consente, molto spesso, di scegliere come agire, che sia a livello pratico (pagare una bolletta che scade in pochi giorni) sia a livello relazionale o personale (a chi non è mai capitato di fare delle scelte o di interrogarsi su un comportamento proprio o altrui dopo aver letto un libro, qualsiasi fosse l’argomento trattato?).


Lo sguardo alla società

Insomma, non basta che il processo neuronale venga attivato, ma è anche necessario saper riutilizzare quanto si legge in modo efficiente nella vita quotidiana. Quando ciò non accade, si parla di analfabetismo funzionale.

Il termine è diffusissimo in questi tempi, ne sentiamo spesso parlare a volte anche a sproposito (quando, ad esempio, viene utilizzato a mo’ di scherno). Al di là delle nostre opinioni personali, però, sono i numeri a parlare chiaro: in Italia, oggi, oltre il 47% della popolazione è analfabeta funzionale. Un numero altissimo, circa metà degli abitanti del Bel Paese, per parlare chiaro.[6]

Molto interessante il punto sottolineato nell’articolo del Sole 24 ore “analfabeti funzionali non (solo) si nasce, ma si diventa”.[7] In altri termini, se le abilità che ho acquisito nel mio percorso di studi, o di vita, non vengono mantenute in costante allenamento, anche io sono a rischio di diventare, nel tempo, analfabeta funzionale.

Un recente articolo del Guardian racconta bene una delle concause dell’analfabetismo di ritorno: lo skimming è diventato la nuova norma. Per skimming si intende la capacità di cogliere il senso generale di un testo, ed esso si contrappone allo scanning, la strategia che permette di cogliere informazioni specifiche in un testo. Le due strategie sono complementari, ed è quando si attivano entrambe che il nostro cervello realizza appieno ciò che lo sviluppo dei suoi circuiti neuronali iniziato qualche millennio fa gli permette di fare: “[sviluppare] alcuni dei nostri più importanti processi intellettuali e affettivi: conoscenza interiorizzata, ragionamento analogico e inferenza; accoglienza della prospettiva degli altri ed empatia, analisi critica e generazione di comprensione profonda”.[8] Infatti, al cervello non basta avere a disposizione i giusti circuiti neuronali per sviluppare l’abilità di lettura, ma serve anche uno stimolo adeguato da parte dell’ambiente circostante.

Questo pone un problema squisitamente contemporaneo: “se il medium [mezzo di comunicazione] dominante avvantaggia processi che sono veloci, orientati al multi-tasking e adatti a un grande volume di informazioni, come gli attuali media digitali, così farà il circuito di lettura”.[9] Il nostro cervello si adatterà alla richiesta, esattamente come detto sopra. Oggi, molti studenti e lettori in generale “evitano attivamente la letteratura classica del 19° e del 20° secolo perché non hanno più la pazienza di leggere testi più lunghi, più densi, più difficili”.[10] Evitano attivamente. Cioè si adoperano per evitare: un avverbio che la dice lunga.

È fin troppo evidente come la classe di lingua sia un luogo privilegiato per ricostruire quell’abilità alla lettura che contempli tutti gli aspetti chiamati in causa, che faccia dell’esperienza del leggere un’esperienza non solo funzionale ad ottenere un bel voto o a far contenti gli insegnanti, ma un processo di crescita globale per lo studente. Bisogna far sì che leggere diventi abbastanza attraente da essere trasferito anche fuori dal contesto scolastico, una volta che il percorso si è concluso. Bisogna, in altri termini, tornare al piacere di leggere. Come fare?


I moderni studi didattici sono concordi su un fatto: per creare piacere nella lettura è indispensabile invitare il lettore a dialogare col testo. Una chiacchierata insomma, in cui il lettore si attiva non per evitare il testo, ma per fargli domande.

Alcune tecniche sono note e vengono usate di frequente:

-        Anticipare i contenuti del testo

-        Analizzare i personaggi

-        Sottolineare (anche con vari colori) e prendere appunti a margine

-        Fare riassunti

-        Esprimere la propria opinione sul testo

È indispensabile dedicare un po’ di spazio alla pratica di queste tecniche in classe, non è affatto scontato che uno studente sappia sottolineare o scrivere note a margine in modo efficace.

Si può fare altro, oltre a questo? Ecco una proposta, adattabile sia a un estratto letto nell’antologia adottata per l’anno scolastico che a interi romanzi, pensata per studenti stranieri preadolescenti e adolescenti ma, con i dovuti accorgimenti, modellabile sulle esigenze di tudenti di varie età.

Una proposta operativa: Caccia al tesoro letterario


Si sceglie un testo, possibilmente di interesse dei nostri studenti. Meglio sceglierlo insieme a loro tra una rosa di proposte che contemplino diversi argomenti.

Ipotizziamo che sia stato scelto il Don Camillo di Guareschi.[11] Propongo questo testo perché mi è capitato di leggerlo con un gruppo di quindicenni di origine straniera, e si divertivano come matti nei passaggi delle scaramucce tra i due protagonisti.

Durante il primo incontro, si assegna ad esempio la lettura del capitolo del Battesimo del figlio di Peppone, accompagnandola a una domanda-indizio a cui rispondere: “accade quando Peppone comunica il nome scelto per il figlio a don Camillo”

Durante l’incontro successivo si condividono le risposte, in plenum o in piccoli gruppi. Dalle risposte si faranno nascere altre domande: perché il nome Lenin Libero Antonio non è gradito a don Camillo? Chi era Lenin? Cosa possiamo capire del rapporto tra don Camillo e Peppone leggendo questo capitolo? E così via, all’infinito, purché siano domande le cui risposte non sono scontate, che obbligano ad andare a fondo nel testo e nel contesto e che stimolano curiosità… Tutto ciò che è stato condiviso può essere poi scritto su fogli da appendere in aula, per avere sempre sott’occhio, ad ogni nuovo capitolo, cosa si è scoperto fino a quel punto.

Una volta condivise le risposte si consegna il premio, che può essere, ad esempio, un breve video che presenta la figura di Lenin.

Poi si possono proporre altri approfondimenti, come ad esempio provare a immaginare l’abbigliamento e l’ambiente dove si svolge la storia, mostrando poi l’estratto dal film del 1952 per verificare le ipotesi.

Oppure, si può fare un lavoro storico, sulla contrapposizione ideologica tra le due figure del parroco e del sindaco di Brescello.

O, ancora, si potrà impostare un confronto sull’amicizia, e sul fatto che si può essere molto solidali anche nelle differenze di pensiero.

Se vogliamo lavorare su particolari aspetti linguistici, potremo scegliere un paio di frasi e analizzarle.

Si potrà fare molto: più noi insegnanti avremo chiacchierato col testo, più gli avremo fatto domande, più il testo ci avrà raccontato qualcosa, e quindi avremo un ventaglio più ampio di spunti di riflessione da proporre ai nostri studenti.

Si continua poi dando un nuovo indizio da ricercare nella lettura del capitolo successivo, e una volta trovata la risposta si consegnerà il nuovo premio.

Al termine del lavoro, che, ripeto, può essere svolto anche su un passaggio più breve, come ad esempio un singolo capitolo o un estratto, oppure su un testo non letterario (molti spunti interessanti, arricchiti da ulteriori proposte di attività, si possono trovare qui http://www.loescher.it/dettaglio/opera/o_b0719/leggere-la-civilta#libro ), dovremo essere certi che sia emerso, dagli elementi raccolti chiedendo agli studenti di mettersi in gioco in prima persona, un aspetto che racconto sempre a coloro che dicono di “odiare i libri”: nessun testo viene scritto esclusivamente perché l’autore si sveglia una mattina e gli viene un’idea, ma è frutto di un contesto sociale, politico, storico, filosofico, scientifico e artistico ben preciso.

Più saremo in grado di cogliere il mondo che c’è dietro ogni testo scritto (anche un semplice modulo, sì), più potremo cogliere il testo scritto in sé. Più avremo soddisfazione dalla lettura di singoli testi scritti, più diventerà per noi regola generale avere soddisfazione dalla lettura di testi.


[1] S. Dehaene, Reading in the brain: the new science of how we read, London:Penguin Books 2010. Traduzione mia.

[2] Idem

[3] Idem

[4] Idem

[5] Idem

[7] Idem

[9] Idem

[10] Idem

[11] G. Guareschi, Don Camillo, Milano:Rizzoli, 1948

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