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Materiale Didattico

Portare la classe fuori dall’aula


Questa è una bella avventura appena iniziata, che vede protagonisti un gruppo di studenti di scuola professionale,  la loro insegnante di inglese e me (la facilitatrice linguistica - preferisco questo termine qui al più tradizionale "insegnante", perché il mio compito va ben oltre la didattica in senso stretto qui).

Questo progetto nasce infatti nell'ambito della didattica dell'inglese LS con studenti di scuola professionale, ma per caratteristiche e modalità di svolgimento è trasferibile anche alla classe di italiano L2 e/o LS.

Il principio che ha guidato la progettazione del percorso è un principio chiave in didattica: rendere lo studio della lingua straniera qualcosa di reale, utile e immediatamente esperibile e spendibile.

Così abbiamo iniziato a immaginare la classe fuori dall'aula. Non per un'attività, un'ora o un giorno, ma per una settimana. Il tempo non poteva essere quello della tradizionale "vacanza studio", ma era necessario racchiudere l'esperienza in una manciata di giorni.

Abbiamo pensato alla meta, e abbiamo scelto Londra.

A quel punto ci siamo concentrati sulle esigenze dei ragazzi: che indirizzo di studio frequentano? Che aspettative e prospettive hanno per il loro futuro lavorativo? Quale valore aggiunto può dare una trasferta in un altro Paese per migliorare la lingua?

Ci è parso che l'interesse dei ragazzi fosse trovare una bussola per orientarsi nel mercato del lavoro anglosassone.

È stato così che abbiamo delineato un programma che unisce molteplici aspetti:

Prima di tutto la didattica in aula. Una didattica basata in larga misura sulla conversazione, sull'interazione, sul lavoro in coppie e piccoli gruppi, sulla didattica ludica. Esattamente come accade ogni giorno nella nostra aula. Alla formazione in classe abbiamo scelto di dedicare mezza giornata.

In secondo luogo, visiteremo aziende della città che offrono prodotti/servizi pertinenti col percorso di studio dei ragazzi. In questo modo avranno l'opportunità di toccare con mano, interagendo direttamente con i manager delle aziende, come funziona il lavoro che svolgeranno a breve, che abilità sono richieste, che differenze e che somiglianze ci sono col mercato del lavoro in Italia. Questo è probabilmente l'aspetto più importante, la parte di esperienza che potrà, per loro, fare la differenza.

In terza battuta, la vita in città. Abbiamo organizzato alcune visite che presentano aspetti storici, altre che evidenziano le più recenti evoluzioni della città, e infine alcune di puro svago e relax.

Infine, le serate. Siamo convinte che, per ragazzi di quell'età, godersi un'esperienza sia parte fondamentale del viverla. Per questo abbiamo pensato a un itinerario che offra anche una giusta dose di divertimento.

Eravamo quindi tutti pronti a decollare, questa mattina all'alba. Alcuni dei ragazzi non avevano mai volato prima, altri non erano mai stati all'estero.

Quando ho pronunciato le mie prime parole in inglese la risposta erano sguardi silenziosi e battute in italiano (che in questo caso è la loro L1) tutte simili a "ma chi me l'ha fatto fare?").

Il primo impatto con la vita reale è stato l'atterraggio: appena scesi dall'aereo, un'ufficiale di polizia ha chiesto a uno dei ragazzi "do you have a passport?". Il tono perentorio della domanda e il fatto che fosse arrivata all'improvviso ha disorientato lo studente, il quale però, dato che noi insegnanti non siamo intervenute, dopo la quarta ripetizione della domanda ha capito la richiesta, ha risposto "no", e si è visto indicare l'uscita per chi aveva le carte di identità.

Secondo impatto con la vita vera: l'arrivo alla struttura dove alloggiamo. Una ragazza si avvicina a me e mi dice, in italiano: "mi serve il wi-fi". Le rispondo di chiedere alla reception. Spinta dalla necessità si è fatta spiegare dal receptionist come avere l'accesso al wi-fi e ha chiamato casa.

Abbiamo poi fatto la prima lezione: dopo un veloce giro di presentazioni con la pallina (e focus sulle strutture da rinforzare), ci siamo concentrati sul vocabolario del lavoro e sul ripasso della struttura della frase interrogativa, uno dei temi chiave nella didattica dell'inglese.

Il tutto in modalità ludica e colorata, seduti per terra nel cortile della struttura dove alloggiamo, oppure in piedi nel medesimo cortile. In movimento, insomma.

Stasera alcuni di loro (quelli che hanno ancora un po' di energia nonostante la sveglia all'alba di questa mattina) sono usciti per una passeggiata per il centro che renderà per loro necessario usare la lingua, e la maggior parte di loro abbozzava con me le prime timide conversazioni in inglese.

Piccoli ma decisivi passi verso l'autonomia linguistica.

Ho raccontato questo percorso, che proseguirà nei prossimi giorni e che, come ho detto da subito, non è specificatamente relativo alla didattica dell'italiano L2, perché essendo io da sempre insegnante sia di italiano che di inglese LS, amo molto aggiornarmi in merito ad entrambi i sistemi didattici e cogliere da entrambi ciò che è utile alla mia didattica quotidiana, a prescindere da quale lingua sto insegnando.

Questa esperienza mi sembra un riuscito esempio di didattica dell'inglese svolta mutuando tecniche apprese nei corsi di aggiornamento per docenti di italiano. Sapremo davvero solo tra qualche giorno se i ragazzi avranno migliorato le loro abilità di interazione in lingua straniera, ma già ciò che è accaduto in queste poche ore fa ben sperare :-) 

 

Nadia Fiamenghi

  

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