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Materiale Didattico

Sperimentare il flow lavorando su fonetica e intonazione


Storia ricorrente: molti degli studenti delle classi universitarie a cui insegno, livello A1 hanno lingue materne distanti dall’italiano e distanti tra loro. Questo comporta che oltre al lavoro sulle quattro macroabilità, a quello sulla metalingua e a tutto ciò che si ritiene necessario fare, spesso è necessario soffermarsi sulla fonetica. Non è la pretesa della pronuncia perfetta di cui farsi vanto, ma una necessità pratica, che nasce dall’osservazione dell’evidenza: alcune produzioni orali formalmente corrette risultano difficili da capire ai compagni di classe perché la pronuncia errata rende alcune parole oscure alle altre orecchie.

Osservazione importante: in queste classi utilizzo da tempo il manuale Primo Contatto con Esercizi (link alla scheda dell’opera qui //bit.ly/2XYG9Ur ) che ha un apparato piuttosto ricco di esercizi dedicati alla fonetica e all’intonazione. Propone anche una serie di attività “ascolta e ripeti” che permettono di lavorare su diversi aspetti, tra cui il lessico, la grammatica e, certamente, tutto ciò che è legato alla pronuncia.

Un’altra tecnica che uso spesso è quella del dettato di corsa: una modalità ludica e allo stesso tempo molto stimolante per focalizzare l’attenzione su uno o più aspetti critici di tutto ciò che riguarda la fonetica. Funziona così: si sceglie un testo che contenga un aspetto su cui lavorare (per esempio, uno che contenga un buon numero di parole con i suoni [ʧ] e [k]). Si divide la classe in due o più squadre, poi si mette il testo da un lato dell’aula, attaccato al muro o appoggiato su un tavolo, tante copie quante sono le squadre. Le squadre sono distribuite nell’aula alla stessa distanza dal testo. A turno, uno studente per ogni squadra corre dove c’è il testo, legge una frase o una parte di frase, prova a memorizzarla e torna alla squadra per dettarla (sarà naturalmente un altro studente a scrivere quella frase). Vince la squadra che non solo termina per prima la dettatura del testo, ma lo fa anche col minor numero di errori. Si trova un esempio di attività basata su questa tecnica qui //bit.ly/2LcT3fK.

Il flow: ne ho già parlato qualche tempo fa, e volentieri lo riprendo qui, perché la maggior parte delle attività che scelgo e propongo muovono dalla domanda “sarà in grado di far entrare gli studenti nel flow?”. Il flow è quello stato che raggiungiamo, definito dal suo teorizzatore Csikszentmihalyi optimal experience, ovvero esperienza ottimale, quando siamo completamente coinvolti in ciò che stiamo facendo, il tempo passa in brevissimo tempo e abbiamo un immediato senso di soddisfazione da quanto stiamo portando avanti perché possiamo immediatamente misurarne i risultati. In questo video è Csikszentmihalyi stesso a parlare del flow, vale la pena concedersi qualche minuto per ascoltarlo: //bit.ly/2ZLFXJB. Molti colleghi menzionano il flow, perché è davvero un concetto molto potente che può fare la differenza in didattica. Tuttavia, spesso riscontro un fraintendimento di fondo quando ne sento parlare: il flow viene definito come piacere di fare qualcosa, e pare che la questione si concluda così, sostenendo che le attività ludiche favoriscono il flow perché appunto giocare è piacevole. Sicuramente la dimensione del piacere è fondamentale, e sicuramente per la maggior parte delle persone è più piacevole svolgere un’attività ludica che una batteria di esercizi strutturali. Allo stesso tempo, non si può prescindere dall’elemento della sfida: quando Csikszentmihalyi cita esempi di persone che raccontano del loro stato di flow, spesso cita atleti di sport estremamente sfidanti come l’arrampicata. La sfida deve essere percepita come abbastanza stimolante (e quindi una vera sfida) e come alla portata di chi la intraprende allo stesso tempo. È in questo equilibrio, complesso e sottile, che si gioca la riuscita del flow: un’attività non abbastanza stimolante porterà alla noia, una troppo sfidante alla frustrazione.

Una sperimentazione recente: con una classe di studenti universitari avevo la sensazione che le molte attività proposte dal manuale per focalizzarsi sulla fonetica non producessero i risultati sperati. Riscontravo ancora grosse difficoltà di pronuncia da parte di alcuni studenti, e ancor più grandi difficoltà nella lettura anche di semplici frasi. Ho scelto allora di dedicare un’ora abbondante di una lezione al rinforzo di ciò che avevamo già visto durante il corso.

Prima ho proposto il dettato di corsa, non a squadre ma a coppie, per essere certa che tutti gli studenti ponessero la giusta attenzione in ciò che stavano facendo (a volte, nella squadra, uno detta, l’altro scrive, e gli altri… relax). Ho scelto un testo che avevamo già letto insieme, in modo che non si preoccupassero troppo del significato delle parole ma si concentrassero proprio su fonemi e grafemi.

Poi, abbiamo svolto un’attività corale. Seduti in cerchio, abbiamo ascoltato due volte Gigi Proietti recitare la poesia Il lonfo (si trova a questo link, dal minuto 3.39: //bit.ly/2frxDeA). Ho spiegato alla classe che le parole non hanno un significato, quindi di non chiedermelo, e che il lavoro che stavamo per fare era dedicato esclusivamente alla pronuncia. Senza che io dicessi poi una parola e utilizzando la tecnica del “scrivere le parole e le sillabe sulle dita”, imparata ai corsi Dilit, li ho invitati a leggere la poesia verso per verso, ripetendo dall’inizio ogni volta che aggiungevamo un verso nuovo. In un’ora abbiamo letto una strofa, in modo perfetto e fluido. Anche questo è un grande lavoro corale che non consente distrazioni perché è necessario, per procedere correttamente, osservare quanto fanno i compagni e la gestualità dell’insegnante insieme.

A questo punto, è necessario un momento per la ripresa, perché i suoni che emergono dalla lettura de Il lonfo sono tanti. Anche qui, prediligo un’attività pratica a una spiegazione frontale. Una tabella in cui inserire le parole in base al suono che le contraddistingue, scegliendo quelli che ci paiono i più significativi in base alle difficoltà maggiori che hanno i nostri studenti (ad esempio il suono [ʃ] in gluisce), da completare a coppie/piccoli gruppi prima e poi da verificare in plenum, potrà consentire agli studenti una prima focalizzazione delle strutture delle parole senza appesantire il tutto. È utile in questo momento proporre uno schema riassuntivo delle regole? Questo lo possiamo scegliere noi: se la lettura scorre fluida dopo la fase precedentemente illustrata, allora forse si può anche rimandare a un altro momento. Se le difficoltà persistono, si può dedicare un momento all’elaborazione di schemi chiarificatori, ricordando comunque che non si potrà esaurire tutto in una lezione, ma che la pronuncia e l’intonazione richiedono un lavoro costante, ad ogni lezione, anche solo di pichi minuti ma ripetuto nel tempo.
 

Nadia Fiamenghi

 

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